In Egitto l'opposizione è soffocata con le condanne a morte

Nel giro di appena cinque ore, tre sentenze sono state emesse oggi da due tribunali egiziani. I verdetti rischiano di avere conseguenze gravi per il paese in vista delle elezioni presidenziali previste tra un mese. La Corte criminale di Minya, 250 chilometri a sud del Cairo, ha condannato a morte 683 membri della Fratellanza musulmana giudicati colpevoli dell'omicidio di un ufficiale della polizia durante l'attacco lanciato alla stazione di Adawa. Tra gli imputati giudicati colpevoli c'è anche Mohammed Badie, guida dell'Ikhwan (Fratellanza, ndr), imputato del reato di incitazione alla violenza dopo essere stato tra i leader dell'occupazione di Rabaa al Adaweya e di al Nahda nell'estate scorsa da parte degli islamisti che protestavano contro il rovesciamento del presidente Morsi.
28 APR 14
Ultimo aggiornamento: 08:25 | 24 AGO 20
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Nel giro di appena cinque ore, tre sentenze sono state emesse oggi da due tribunali egiziani. I verdetti rischiano di avere conseguenze gravi per il paese in vista delle elezioni presidenziali previste tra un mese. La Corte criminale di Minya, 250 chilometri a sud del Cairo, ha condannato a morte 683 membri della Fratellanza musulmana giudicati colpevoli dell'omicidio di un ufficiale della polizia durante l'attacco lanciato alla stazione di Adawa. Tra gli imputati giudicati colpevoli c'è anche Mohammed Badie, guida dell'Ikhwan (Fratellanza, ndr), imputato del reato di incitazione alla violenza dopo essere stato tra i leader dell'occupazione di Rabaa al Adaweya e di al Nahda nell'estate scorsa da parte degli islamisti che protestavano contro il rovesciamento del presidente Morsi. "Anche se dovessero condannarmi mille volte non mi allontanerò dal giusto sentiero", avrebbe detto il settantasettenne Badie al suo avvocato. La frase è stata riportata su Facebook da Osama Morsi, figlio di Mohammed, ex presidente dei Fratelli Musulmani rovesciato dal colpo di stato del 30 giugno 2013.

La stessa corte ha inoltre confermato la condanna a morte ad altre 37 persone, accusate di aver assaltato un'altra stazione di polizia, quella di Matay, e per aver ucciso un ufficiale di polizia. Altre 490 persone sono state invece condannate all'ergastolo dopo che il giudice ha ridotto loro la pena che inizialmente prevedeva la condanna a morte (la sentenza di primo grado prevedeva in totale 529 pene capitali). Si tratta di due condanne - emesse tra l'altro da parte dello stesso giudice - senza precedenti nella storia egiziana. I verdetti devono ora essere sottoposti al supremo giudizio del Gran Muftì, il quale, secondo l'ordinamento egiziano, ha l'ultima parola nel convalidare le pene capitali.

Le due sentenze rischiano di fomentare ulteriormente le proteste contro il governo filo-militare e le imminenti elezioni si terranno verosimilmente in un contesto segnato da forti proteste da parte dell'opposizione. Al Cairo, intanto, si registra un numero crescente di attentati perpetrati dai miliziani jihadisti di Ansar Bait al Maqdis, attivo in Sinai ma che sta gradualmente portando il suo raggio d'azione fino alla capitale.
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Anche la terza sentenza, emessa stavolta dal tribunale del Cairo, potrebbe portare a conseguenze gravi. Il "movimento giovanile del 6 aprile", da sempre portavoce di una posizione alternativa sia agli islamisti sia ai militari, è stato messo fuori legge. La sede del movimento guidato da Ahmed Maher - già più volte arrestato sia sotto la presidenza Morsi sia con quella Mansour - è stata chiusa e le attività sospese. Il movimento è accusato di essere infiltrato dai servizi segreti stranieri e di diffamare l'immagine del paese all'estero.

La repressione dei movimenti d'opposizione avviene a pochi giorni dalla ripresa degli aiuti finanziari e militari da parte degli Stati Uniti, che a fine 2013 avevano deciso di congelare ogni forma di sostegno al Cairo. La scorsa settimana dieci elicotteri da combattimento Apache sono stati consegnati all'esercito egiziano per condurre un'offensiva contro i jihadisti del Sinai. Il segretario di stato americano John Kerry aveva tuttavia ammonito l'Egitto che le consegne di altri mezzi militari (tra cui quella degli F-16, inizialmente programmata) sarebbero rimaste bloccate finché "le autorità non assicureranno un serio impegno nella transizione democratica del paese e libere e corrette elezioni". Impegni che sono stati - nuovamente - disattesi dal Cairo.